L’uomo-paesaggio
di Andrea Guastella


“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola
uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole,
di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di
morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.
Giro senza esitare questo pensiero di Borges sul paesaggio ai dipinti e ai disegni
di Salvo Barone. Infatti, con la pittura “di paesaggio”, il lavoro dell’artista non ha
niente da spartire. Quello di Salvo è, come direbbe Verlaine, un “paesaggio scelto”,
una cartografia fedele del suo mondo interiore. Chi guarda questi paesi e questi colli
vede il suo corpo armonico, i suoi capelli arruffati, le sue mani lisce e affusolate.
Soprattutto, chi li osserva con animo aperto vede uno spirito che un vento incessante
costringe a posarsi ora sulle finestre di un palazzo ora sui rami di un tronco nodoso.
E tuttavia, perché l’artista imparasse a rispecchiarsi così bene nella natura che lo
circonda, era necessario, dopo gli studi a Bologna, il rientrare in Sicilia, il rintanarsi
nel suo lembo più estremo, ai confini tra l’Africa e l’Europa. Era necessario che l’attesa
e la pioggia – in questi anni di cambiamento climatico sempre meno avara – facessero
maturare i germogli che lo studio di Morandi aveva gettato: semi di contemplazione,
di compenetrazione nelle più intime fibre di una terra sempre amata. Difatti, come
l’artista, seguendo un’indicazione di Matisse, non si lascia “accecare” dal paesaggio,
neppure lo soffoca sino ad annullarlo. Cerca, piuttosto, di venire a patti, di mediare
tra la realtà dei luoghi e il suo carattere impetuoso. Il risultato è, il più delle volte,
una pittura sublime, dove i ruoli che, nell’arte romantica, erano attribuiti alla
persona e al paesaggio, la prima incerta e smarrita, il secondo infinito per potenza
o dimensione, appaiono invertiti: è il paesaggio, la mite campagna iblea, ad aver
bisogno di difendersi dalle incursioni di Salvo, che non è presente come persona sulla
scena (nei suoi paesaggi la figura umana e animale è del tutto bandita), ma si incarna
in taluni aspetti della natura stessa, corrodendola come un cancro dall’interno. È
come se, nei gorghi densi e grumosi di un colore materico, disteso a corpo e senza
velature, si facesse strada la memoria di un’atavica selva, di una foresta tropicale.
Abituato a ritoccare di continuo i suoi lavori, spesso cancellandoli e dipingendovi
sopra, l’artista è insomma entrato in confidenza con il tempo. Sbaglieremmo, dunque,
a chiedere al suo pennello un referto istantaneo: quella vallata vista dall’alto non
è mai stata di un verde così acido e intenso, ma di sicuro tra qualche decennio lo
sarà. Tra qualche decennio, anche la lava ribollente ai piedi di quella casa dal tetto
rossastro sarà venuta in superficie, e la vedremo davvero ardere e zampillare come
un fuoco d’artificio. “Quando si disegna un albero”, dice un proverbio cinese, “si
deve sentire che cresce”. E che Salvo sia attentissimo agli effetti dello scorrere dei
giorni lo dimostrano i suoi volti: non quelli metaforici riconosciuti da Borges, quelli
veri degli uomini e delle donne su cui il ritrattista non scrive, ma prova a divinare.
Verso quali lidi si affanna il nuotatore? A quali orrori si volge quella donna? Altri, in
questi volti, avrebbero cercato di dipingere semplicemente la realtà. Salvo, che pure
si concentra sui moti dell’animo e pratica uno schietto realismo delle forme, non li
dipinge per come sono, ma per come sono stati. E arriva a immaginarseli per quello
che saranno.

 

 

 

Salvo Barone - email: info@salvobarone.eu - Privacy policy