L'immagine riflessa
di Andrea Guastella

“Ognuno uccide la cosa che ama”, ha scritto Oscar Wilde nella Ballata del carcere di Reading, “tutti lo devono sapere, c’è chi lo fa con uno sguardo e chi con le lusinghe, il codardo può farlo con un bacio, chi ha coraggio usa la spada”. Ognuno uccide ciò che ama e, in tal modo, elimina se stesso. E cosa sono i figli se non parti di sé affidate all’altro, in un estremo atto d’amore? Medea, la sposa di Giasone, che per amore di lui “uccide” il padre, il fratello, la patria, è soprattutto la madre che uccide i propri figli, atto altrettanto estremo compiuto in risposta all’abbandono di Giasone.
Per questo gesto, la donna “dagli occhi sfavillanti” (Esiodo) si impone all’immaginario occidentale. Prima, nella tragedia di Euripide, come personaggio sospeso tra l’umano e il divino; quindi fissandosi in ombra demoniaca; infine, dal romanticismo in poi, attenuando gli elementi drammatici sino a rendere il delitto inevitabile e quasi razionale. Si fanno dunque avanti la Medea innamorata delusa di Corneille, quella schiacciata dalla sorte di Grillparzer, quella esule e straniera di Alvaro, la Sognatrice di von Trier, l’eroina innocente della Wolf.
A queste figure, dalla più angelica alla più feroce, la pittura di Salvo Barone ha offerto carne, sangue, volto. È, la sua, una galleria inquietante delle Medee che si conoscono e di quelle ignote, delle donne umane, troppo umane che sperimentano le tenebre e la furia. Donne pietrificate dal dolore, o che il dolore nascondono dietro una maschera grottesca. Donne accecate, ululanti, ginocchioni come Maria Maddalena ai piedi della Croce. Donne “nere”, gorgonie e donne pietose, che stringono tra le braccia il figlio ucciso.
C’è, tra le tante pose desunte dalla storia, persino una citazione alla rovescia della Pietà di Michelangelo: dove la Madonna mostrava la giovinezza del figlio, in un dipinto di Salvo è il figlio a mostrare gli anni della madre, innescando un’equivalenza simbolica con l’amante traditore. In un altro, Medea è dea sessuale che partorisce o che seduce, dea animale. In un altro ancora è un uomo, ma col corpo di una donna.
Non si tratta, in nessun caso, di uno scambio teatrale delle parti. La perdita di identità certa sta ad indicare l’uguaglianza nella colpa; tanto più che, in un’identificazione assoluta col suo tema, l’artista si ritrae con le fattezze di Medea.
Siamo tutti Medea, perciò, tutti colpevoli? Dovremo riconoscere con Wilde che la violenza omicida di Medea non è diversa da quella racchiusa negli sguardi, nelle lusinghe, nei baci che quotidianamente ci scambiamo?
L’arte di Salvo non dà risposte univoche. Si limita a condurci sull’orlo dell’abisso, magari per indurci a superarlo. Nel frattempo, sconvolti dall’immagine riflessa, vegliamo il cadavere dei figli. Restando in attesa che la vita ricominci.

 

 

 

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